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el primo pomeriggio Francesco rientrò a casa.
In quel momento Matilde stava riposando e lui trovò un angolo del tavolo imbandito sul quale vi era un piatto coperto: conteneva una cotoletta impanata con delle patate fritte.
«Cavoli, ho dimenticato di avvisare mamma che tardavo… Ricavoli, non ho più telefonato in piscina. Sarà meglio che lo faccia, altrimenti quelli mi licenziano» pensò di getto.
Prese la cornetta e pose l’indice sulla ghiera per cominciare a comporre il numero, quando sentì una voce. La riconobbe subito: era quella di Carol che diceva: «Pronto? Pronto?»
«Carol! Ciao, sono Francesco, che ci fai lì al telefono?»
«Beh, normalmente quando a casa mia squilla il telefono e sono nei pressi io rispondo al chiamante, in questo caso a te. Ti sembra ovvio?»
«Per niente… cioè volevo dire… sì hai ragione, ma… ma io non ti ho chiamata. Ho solo pensato a noi due fin quando non sono entrato in casa e, per la verità, ci ho pensato intensamente.»
«Anch’io ho pensato a stamattina e alle cose che ci siamo detti. Ti avrei probabilmente chiamato fra un po’perché mi sento in fibrillazione e ho la testa confusa. Non riesco a fare quello che dovrei. Penso che dopo chiuderò le imposte e piomberò sul letto.»
«Fai bene. Temo che abbiamo bisogno entrambi di riafferrare quella parte di razionalità che ci sfugge. Ci sono già troppi “perché” che hanno bisogno di chiarimenti e non mi stupirei se accadesse qualcos’altro di strano.»
«Già, può essere… Allora a domani, come intesi, alle sedici e trenta in biblioteca. Sii puntuale. Ciao.»
«Farò il possibile. Ciao.»
Francesco chiuse la linea ma rimase con la cornetta che gli pendeva dalle mani. Aveva la testa che gli girava e un senso di nausea.
Fu quello che disse alla segretaria dello “Swim club”: che non stava molto bene e che forse per un paio di giorni non si sarebbe recato al lavoro. Si scusò anche per la tardiva comunicazione.
Poi vide Matilde che, sdraiata sul letto della sua camera, lo salutava con un cenno della mano. Si tolse le scarpe e si sdraiò vicino a lei.
«Ciao, mamma» le disse dandole un bacio sulla guancia. Poggiò poi la fronte sul suo braccio e chiuse gli occhi. Lei lo osservò silenziosa.
Il giorno dopo, nel pomeriggio, il cielo divenne plumbeo. In breve si alzò il vento e poi un temporale cominciò a scaricare una notevole quantità d’acqua, giusto nel momento in cui Carol e Francesco stavano per varcare l’ingresso della biblioteca. Essi sentirono la grandine picchiettare sulle finestre. In pochi minuti una miriade di granelli di ghiaccio ricoprì i tetti degli edifici e le strade.
Le due operazioni, quella di restituzione del libro e quella per ottenere il nuovo prestito, richiesero circa mezzora: in fila, innanzi allo sportello e davanti a loro, vi era un discreto numero di persone in attesa.
All’uscita essi constatarono che le nuvole si erano diradate e che la ricomparsa del sole aveva originato uno splendido arcobaleno.
L’aria era fresca e il riverbero dei bagliori donava al manto stradale un effetto metallico.
«Sono le 17:10. Che ne dici di un caffè o qualcos’altro di caldo?» propose Francesco dando un’occhiata all’orologio.
«Ci sto, ma prima vorrei fare due passi. Dai, andiamo in via Madama Cristina che ci sono dei negozi che espongono sempre cose carine.»
Dopo qualche isolato raggiunsero la via e poi si fermarono davanti alle vetrine di un negozio di abbigliamento femminile: osservandole scambiarono alcune opinioni sui gusti personali nel vestire.
Si allontanarono da lì ridendo perché venne loro naturale imitare, per pochi metri, la camminata impostata di chi indossa capi firmati nei défilé.
Di ritorno entrarono in una cremeria. Il locale era sobrio ma allo stesso tempo arredato con gusto e si componeva di due sale: quella all’ingresso e una seconda a cui si accedeva attraversando un’apertura ad arco. In quel momento c’era poca gente, a parte un gruppetto di persone che si intravedevano attorno a un tavolo della seconda sala.
Francesco ordinò due caffè da consumare al banco. C’era proprio bisogno di qualcosa di caldo perché dopo quel temporale l’aria era rinfrescata parecchio.
Mentre sorseggiavano il caffè, dalla saletta oltre l’apertura ad arco provenne l’esito di un piccolo coro di voci unite in un’esclamazione di stupore; poi qualcuno applaudì. Carol e Francesco si guardarono, fecero spallucce e sorrisero all’idea che dall’altra parte un po’ di persone si stessero cimentando in qualcosa di divertente.
La cosa si ripeté ancora due volte nel giro di una manciata di secondi. Incuriositi, non poterono fare a meno di dare una sbirciatina a quanto stava accadendo oltre il muro, nella seconda saletta.
Un uomo calvo, probabilmente sulla settantina, era seduto volgendo le spalle al muro, al centro di un tavolo ovale. Indossava con eleganza giacca blu e camicia bianca, sui cui polsini spiccavano due luccicanti gemelli; al collo una cravatta blu a pois bianchi dal nodo rigorosamente proporzionato e con fossetta centrale.
Sul tavolo, poggiate su un tappeto di panno verde, vi erano una grande teiera e sei tazze di fine porcellana. Lì vicino alcune scatolette impacchettate nel cellophane.
A fargli compagnia, allo stesso tavolo, sedevano due uomini e tre donne, di età più o meno compresa tra i quaranta e i cinquant’anni, tutti altrettanto eleganti.
L’uomo in giacca blu maneggiava con scioltezza un mazzo di carte. Si intuiva che stesse creando stupore grazie a un’apparente abilità nella prestidigitazione… ammesso che fosse un prestigiatore.
«So chi è quell’uomo!» disse Francesco rivolgendosi sottovoce a Carol.
«Ho letto più volte su alcuni quotidiani e settimanali delle sue capacità. Dicono che sia un sensitivo con degli straordinari poteri. Si chiama Rolando Giusti.»
«Forse stiamo invadendo un po’ troppo il campo e non mi piace sentirmi come una ficcanaso» replicò Carol.
«Si hai ragione, è meglio andare.»
Prima che potessero effettuare quel “dietro front”, l’uomo li vide e, senza farsi accorgere dai presenti, fece loro un segno con la mano destra. Si guardarono e intuirono che quello era un cenno d’attesa.
L’uomo lo ripeté e li riguardò intensamente. Nel frattempo stava ultimando con le carte quello che subito prima aveva definito “esperimento numero cinque”.
Il secondo cenno dell’uomo confermò l’invito a restare, presumibilmente fino alla fine di quell’esperimento.
Loro, chiaramente, furono rapiti dalla curiosità e dal fascino della sorpresa, cosicché nessuno dei due si mosse da lì.
Carol, infilò la mano sotto il braccio di Francesco e lo guardò con aria interrogativa. Lui le accarezzò la mano e le fece intendere che qualsiasi cosa stesse per accadere, avrebbe meritato quell’attesa.
Fermi in piedi assistettero a qualcosa di straordinario e inquietante.
L’uomo aveva di fronte a sé, poggiate sul tavolo, quelle scatolette contenenti mazzi di carte da gioco ancora sigillati. Si seppe poi che era d’uso per gli “ospitati” avere il dovere di portarne uno a testa per utilizzarli in quella serie di giochi o “esperimenti”, come lui li definiva, con lo scopo di fugare ogni dubbio circa l’impiego di eventuali carte “truccate”.
Invitò il gruppo a fare alcune cose, previo accordo tra i partecipanti: prendere un mazzo a caso fra quelli sigillati; liberarlo dall’involucro; contare le carte verificandone il numero esatto; distribuirle sul tavolo, tutte scoperte.
Guardò uno a uno i presenti, manifestamente in trepida attesa. Li osservò con occhi penetranti. Occhi che, non per semplice suggestione, emanavano un particolare magnetismo.
«Adesso scegliete una carta e che la scelta sia frutto della vostra intesa!» disse perentorio, con voce profonda.
La scelta cadde sul re di picche.
«Bene, c’è ora bisogno di un operatore, di uno di voi che sia espressione del gruppo.»
Una delle tre donne, forse la più giovane, fu invitata dai restanti a prestarsi per quella richiesta.
Fino a quel momento fu evidente che l’uomo non aveva mai toccato alcuna carta, lasciando che lo facessero gli altri. Probabilmente non lo avrebbe fatto fino alla conclusione dell’evento.
Così fu.
Ruotò leggermente gli occhi verso destra e osservò la porta chiusa della toilette. Invitò la donna “operatrice” a prendere la carta che il gruppo aveva scelto, il re di picche, ad apporvi sopra un suo autografo e poi a scagliarla con movimento deciso verso quella porta. Lei firmò nell’angolo in alto a destra della carta, vicino al seme, dopodiché la lanciò dove indicato. La carta sparì come d’incanto.
Tutti i presenti avevano osservato la carta volteggiare nell’aria per qualche istante. Ognuno di loro, razionalmente, immaginava di trovarla per terra, a poca distanza, tra la porta e il muro.
Però non c’era.
A quel punto l’uomo suggerì che un’altra persona, scelta a caso, accompagnasse, oltre la porta della toilette, la donna che aveva lanciato la carta. Anzi, cambiò idea: invitò tutto il gruppo a seguirla.
Senza farselo ripetere due volte, tutti si alzarono e si misero alle spalle dell’operatrice. Quest’ultima appoggiò la mano sulla maniglia e spinse la porta. Cercò poi l’interruttore e accese la luce della toilette. Uno specchio a muro rifletteva la sua e le immagini di quelli ancora fermi sulla soglia. Sotto lo specchio vi era un lavandino perfettamente asciutto e pulito, testimonianza dell’assenza di un recente utilizzo. Lateralmente, un rotolo asciugamani era fissato con dispositivo a parete. Sulla sinistra, un’altra porta separava l’anti-bagno dal locale w.c. Anche questa era chiusa ma, a differenza della prima, per aprirla serviva l’apposita chiave.
Da un’occhiata sommaria tutto sembrò essere nel relativo ordine. Nulla che potesse dare adito a qualsiasi commento.
L’uomo, che era ancora seduto al suo posto, sorrise in direzione di Carol e Francesco, sempre in piedi nei pressi dell’arco, e invitò il gruppo ad approfondire l’indagine.
Uno di loro pensò che fosse opportuno aprire anche la seconda porta: andò presso il bancone e chiese alla proprietaria della cremeria quella chiave. Gentilmente e con premura ella soddisfò la richiesta del cliente.
Due mandate in senso orario e la porta si aprì.
Tra lo stupore di tutti, sopra la vaschetta di scarico dell’acqua, poggiava la carta con l’immagine del re di picche, incontrovertibilmente firmata nell’angolo in alto a destra, in prossimità del seme.
Calò il gelo e l’incredulità, nonostante l’evidenza del risultato.
Carol e Francesco furono a loro volta pervasi dalla perplessità ma allo stesso tempo affascinati da quello che si era rivelato, almeno all’apparenza, un inspiegabile fenomeno.
Frasi quasi balbettate, apprezzamenti diffidenti, ammirazione profonda per quella capacità di fondere energia e materia, di creare illusioni che forse illusioni non erano: questa la congerie dei commenti rivolta dai componenti del gruppo a Rolando Giusti. Lui, impassibile, seduto al tavolo, guardava e riguardava i due giovani in piedi vicino all’arco. Poi tirò su il braccio e fissò l’orologio.
«Bene, signori. Voglio congedarmi da voi con una riflessione che mi pare opportuna: nulla è ciò che sembra perché la realtà è effimera; noi, per adesso, rappresentiamo la realtà. Arrivederci e sappiate che tutti voi alloggiate nel mio cuore, mentre io sono nel vostro.»
Si alzò e diede commiato al gruppo stringendo la mano a ognuno dei presenti.
Quando l’ultimo di essi fu uscito, rivolse ancora lo sguardo a Carol e Francesco e fece loro cenno di accomodarsi.
Annuirono provando una strana eccitazione e si sedettero di fronte a lui tenendosi per mano. Non sapevano perché, non conoscevano quell’uomo e non avevano chiesto di incontrarlo, eppure si sentirono elettrizzati nell’accettare il suo invito.
Qualche istante dopo che si furono accomodati, l’uomo chiuse gli occhi e inspirò profondamente mentre distendeva le braccia sul tavolo. In silenzio chinò il capo e sembrò lasciarsi andare a una sorta di meditazione per circa un minuto. Infine fece sentire la sua voce.
«Vi stavo aspettando. Voi non siete qui per caso.»
«Scu… scusi?» chiese Francesco, mentre Carol espresse con gli occhi l’effetto sorpresa di quella frase.
«Lo so, non è facile da comprendere. Sappiate che ho un compito preciso da svolgere nei vostri confronti, seppur io rappresenti semplicemente un mezzo che funge da tramite. In altre parole, sono stato incaricato di aiutarvi per facilitare il vostro cammino, il vostro “divenire”. Andiamo per gradi. Intanto, cari Francesco e Carol, io mi chiamo Rolando Giusti e sono un vostro umile concittadino, onorato di conoscervi personalmente…»
«Quindi… non ci siamo già incontrati? O per caso lei conosce le nostre famiglie? Come fa a sapere i nostri nomi?» domandò con sconvolgente perplessità Carol.
«Io vi conosco da sempre e i miei occhi hanno viaggiato con i vostri, il mio cuore ha pulsato con il vostro, le gioie e le paure vissute da voi, sono state e saranno le mie.»
Lo stupore dei due giovani di fronte a quelle parole fu grande, incontenibile. Si strinsero le mani, che divennero madide di sudore, mentre furono pervasi da un evidente nervosismo.
«Ripeto. Non è facile da comprendere. Ma col tempo capirete, anzi imparerete ad ascoltare, a interpretare e capire le molte risposte che seguiranno ad altrettante domande.»
Infilò le mani in una tasca della giacca e tirò fuori una particolare penna a sfera e un foglio di carta ripiegato. Lo aprì e lo distese sul tavolo.
«Ora sto per ricevere istruzioni. Ho bisogno di qualche minuto di concentrazione» disse riponendo mani e braccia nella stessa posizione di prima.
Francesco deglutì silenzioso mentre Carol allentò la mano da quella di lui e cominciò a strofinarsi i jeans sulla parte superiore delle gambe. Inconsciamente produsse quel movimento affinché l’aiutasse a smorzare la crescente tensione.
Il capo chino con il mento quasi a sfiorare il petto, la fronte leggermente imperlata di sudore, il respiro regolare e profondo, gli occhi appena socchiusi: Rolando Giusti sembrò aver raggiunto un particolare stato di alienazione. Ancora una manciata di secondi poi, lentamente, prese la penna, poggiò la punta sul foglio e cominciò a muoverla.
Produsse una scrittura mista a strani disegni geometrici. Le lettere sembravano appartenere a diversi alfabeti tra i quali erano riconoscibili quello cirillico ed ebraico. Nettamente si distinguevano alcuni gruppi di lettere che, al momento non dicevano molto: PF, SKY, CF.
Lo spazio sul foglio si arricchì di altri strani segni incomprensibili, forse degli ideogrammi. Uno strano simbolo venne ripetuto alcune volte e rappresentava tre cerchi concatenati.
Per ultimo, un intreccio di linee che, di primo acchito, ricordava la forma del disegno infantile di un albero, con un solo ramo più lungo degli altri.
La mano si fermò. Giusti posò la penna ed espirò profondamente.
«Ecco. Queste sono solo alcune indicazioni, ora tocca a me» disse, mentre con un fazzoletto si tamponava la fronte.
Prese il foglio e lo osservò attentamente. Lo ruotò alcune volte.
Estrasse un tovagliolino di carta bianca dal dispenser posto al centro del tavolo e cominciò ad appuntare sullo stesso alcuni dati estrapolati dal testo che appariva incomprensibile. Infine confrontò i due fogli e fece un leggero sorriso.
«Abbiate fiducia e siate sereni. Capisco il vostro stato d’animo e i dubbi che tale situazione può sollevare, ma davvero non c’è niente per cui preoccuparsi. Anzi, per certi versi potrei dire che voi siete molto fortunati, credetemi. Ora datemi la mano e cercate di essere rilassati. Quello che succederà accoglietelo come particolare e positiva esperienza di vita perché si rifletterà nel vostro futuro.»
Offrì dunque le sue mani ai due giovani i quali, con imbarazzante timore, si misero a sedere ai lati dell’uomo. Lentamente Francesco chiuse il palmo della mano sinistra su quello della mano destra di Giusti; specularmente agì Carol con la sua mano destra che si unì a quella sinistra dell’uomo.
A Francesco, nel frattempo, non sfuggì che in quei venti minuti circa in cui lui e Carol erano restati soli con Giusti, nessuna persona si era messa a sedere in quella saletta e che nessuno presente nel locale fosse passato, anche occasionalmente, per recarsi alla toilette. Loro tre erano davvero soli e indisturbati.
«Ancora qualche istante di pazienza. Vi chiedo di rimanere calmi» disse Giusti.
Un’ondata di calore, all’improvviso, salì dai piedi, con moto costante, fino alla testa dei due giovani e riattraversò i loro corpi altre due volte, spegnendosi in un lieve formicolio alle estremità degli arti.
«Solo un istante… ecco… credo che sia finito. Ora respirate profondamente. Serrate delicatamente a pugno le mani che avete poggiate sulle mie, poi apritele. Sento che contengono un messaggio prezioso a voi destinato, non temete…»
«Non è possibile!» esclamò Francesco guardando nella sua mano dopo averla schiusa.
«Oh! E questo cos’è?» disse spaventata Carol, lasciando scivolare sul tavolo, come se scottasse, l’oggetto che si trovava tra le sue dita, scaturito apparentemente dal nulla.
Guardarono Giusti cercando una spiegazione. Erano allibiti.
«Lo so, avete bisogno di capire e ciò è perfettamente comprensibile. Tutto verrà a suo tempo, è solo questione di pazienza. Io per ora ho esaurito il mio compito. Sul vostro cammino incontrerete persone, vivrete momenti particolari e sentirete voci che vi aiuteranno, quando meno ve lo aspettate, a seguire il giusto percorso e a trovare tutte le risposte. Questa è la sintesi di quanto ho interpretato nel messaggio scritto. Ripeto, voi siete molto fortunati perché c’è “chi” confida nelle vostre possibilità e, se tutto andrà come credo, saprete dimostrare di essere all’altezza del compito che vi verrà affidato.»
«Mi scusi. Ho solo una vaga informazione sul suo conto, grazie ai giornali. Ma lei, chi è veramente? Cosa vogliono dire questi?» Francesco, perentorio, indicò i due oggetti che si erano appena materializzati, poggiati poi sul panno verde del tavolo, davanti ai loro occhi. Si trattava di due piccoli solidi geometrici: una pietra piatta e perfettamente ellittica, comparsa nella mano chiusa a pugno di Carol e di una piccola piramide, forse in acciaio, comparsa nel pugno di Francesco.
Le due superfici, fronte e retro della pietra ellittica, erano marcate da linee e punti: un segmento, corrispondente al suo diametro maggiore, la tagliava esattamente a metà. Un po’ più in su, un altro segmento parallelo, più corto, con al di sopra dell’estremità sinistra un puntino; pressoché al centro dello stesso, sulla linea, un altro puntino; appena sotto l’estremità, un terzo puntino. Cioè risultava così:

La piramide riportava sulle quattro facce laterali le stesse lettere, SKYURSS, nella stessa posizione, racchiuse in un reticolato di linee. Sul quadrato di base era raffigurato un simbolo composto da tre cerchi concatenati, ognuno con un punto centrale ben visibile. All’occhio dell’osservatore, le parti descritte del solido si presentavano così:

«Chi sono io? Me lo chiedo spesso... Anzi, non c’è giorno che non me lo chieda. Sono un mistero per me stesso. Vorrei tanto poter soddisfare con esattezza la tua domanda, ma userei senz’altro parole improprie.
Nel mio intimo sento di possedere le stesse capacità intellettive che abbiamo tutti, ma è indubbio che sono stato “aiutato” a prendere coscienza di determinate potenzialità che mi consentono di andare “oltre”. Non vorrei usare questo termine, ma forse è l’unico che rende bene l’idea: sono cosciente di essere stato “illuminato”. Oggi vivo il mistero, ma sono più che convinto di essere parte, come lo siete voi, di una divina energia cosmica di cui l’intero universo è pregno. Energia e intelligenza allo stato puro. Per esserne assorbiti completamente dobbiamo purgarci con le sofferenze e le dure prove che ci attendono in questa vita e, probabilmente, in uno stato di sua continuità. Le piccole e le grandi gioie ci alleviano il tormento e la noia del vivere quotidiano. La vera gioia, però, non è di questo mondo… Tra la quarta e la quinta dimensione si sciolgono tutti i perché.»
Qualche istante di silenzio concesso alla riflessione sul significato recondito delle parole di Giusti, quindi Carol e Francesco si ripresero per mano e attesero che egli facesse qualche accenno ai due oggetti.
«Sinceramente non ho da dire molto su questa pietra e su questa piramide, se non che rappresentano le prime indicazioni per aiutarvi a scoprire come si evolverà la vostra esistenza. Osservateli attentamente e cercate di interpretare gli indizi che vi forniscono: seppur ausiliarie, esse sono informazioni basilari e preziose. Come vi ho già detto, ogni risposta verrà a suo tempo. Abbiate fiducia, soprattutto in voi stessi, perché il cammino sarà lungo. Al momento opportuno vedrete che ci ricontatteremo. Ora è meglio che vada, anch’io ho qualcuno che mi aspetta.»
Poggiò la mano sulla spalla destra di Francesco e poi accarezzò la guancia di Carol. Infine li guardò intensamente e sorrise.
«Buona fortuna! Anche se non mi vedrete, sarò sempre con voi.»
Si voltò e andò oltre l’arco, in prossimità del bancone, dove scambiò qualche parola con la proprietaria del locale.
«Arrivederci e grazie, signor Giusti!» esclamò la donna.
«Arrivederci e grazie a lei» fu la replica.
Francesco e Carol, ancora attoniti, erano rimasti seduti in silenzio a quel tavolo a guardare e riguardare quei due oggetti.
Li raggiunse con passi morbidi la signora che portò un vassoio sul quale erano poggiati due aperitivi analcolici, accompagnati da ciotoline contenenti salatini, cubetti di formaggio, olivette, cetriolini e cipolline.
«Questi li offre il signor Giusti. Sono anni che lo conosco e posso dirvi che è proprio una brava persona.»
«Grazie signora. Ci racconti qualcosa di lui» disse Carol.
«Si potrebbero riempire volumi interi per raccontare delle sue “particolarità”, dei suoi “prodigi”, del suo “misticismo”. È davvero una persona fuori dal comune, umile e buona come pochi. Dovete sapere, peraltro, che è anche un guaritore. Lui sa vedere e interpretare l’aura che circonda tutti noi ed è capace di intuire le nostre sofferenze. Pensate che un giorno è passata a trovarmi mia cognata, così per un saluto, e lui era qui a bersi un caffè. È sempre molto discreto ma quella volta interruppe bruscamente il nostro colloquio, scusandosi ovviamente per quell’intervento. Invitò mia cognata, con tatto e senza spaventarla, a effettuare quanto prima una visita da un endocrinologo il quale avrebbe dovuto prestare particolare attenzione alle ghiandole surrenali. Sulla base di quel consiglio, mia cognata si convinse di fare addirittura un intero checkup, dall’esito del quale scaturì un serio problema fisico: un malfunzionamento del surrene destro. Fatte le debite analisi, la causa fu individuata nella localizzazione di un feocromocitoma, un carcinoma, seppur nella sua fase iniziale: fu necessario asportare chirurgicamente l’intera ghiandola, onde evitare l’eventuale diffusione di metastasi. Diciamo tra virgolette, che ora lei sta bene e che certi tipi di disturbi che aveva sempre sottovalutato, oggi sono scomparsi.
Aggiungo che è davvero sorprendente come veggente: circa tre anni fa disse a mio figlio che avrebbe conosciuto entro pochi mesi una deliziosa fanciulla e che, dopo un anno e mezzo da quell’incontro, si sarebbe sposato. Tutto seguì esattamente quel corso e oggi mio figlio sta per festeggiare il suo primo anniversario. Che altro dire? Se avete avuto dei suggerimenti da lui, fatene tesoro.»
Uscirono dalla cremeria che il sole stava tramontando, dopo aver asciugato quel che restava del temporale pomeridiano.
«Non ho parole, Francesco. Mi sento davvero frastornata… e ho anche un po’ paura.»
«Già. Chi l’avrebbe mai detto che in poco più di un’ora le nostre vite avrebbero dovuto assorbire un input del genere.»
Presero a camminare sulla via del ritorno, per raggiungere la fermata dell’autobus dove Carol si sarebbe separata da Francesco. Erano entrambi pensierosi.
«Hai notato quelle sigle sul foglio che “scarabocchiava” Giusti? Si leggevano chiaramente PF, SKY e CF in quel “minestrone” di strani segni. Buttando a caso una mia intuizione, potrei dire, visto che la questione ci riguarda strettamente, che PF sta per Pisani Francesco, che sono io. Altrettanto credo che CF abbia a che fare con te: Carol… come? Già, entrambi non ci siamo ancora “presentati” per cognome.»
«Penso che la tua intuizione sia fondata: anagraficamente io sono Caroline Fabris. Ma SKY? Sai benissimo che in lingua inglese vuol dire cielo. E tutti quei simboli?»
«Non trascuriamo il fatto che SKY lo troviamo ripetuto anche sulla piramide che si è materializzata nella mia mano, insieme a URSS. Poi quello strano simbolo dei tre cerchi concatenati con all’interno un puntino, riportato sulla base…»
Francesco sfilò la piccola piramide dalla tasca e la osservò con perizia. Anche Carol prese la pietra e la esaminò attentamente.
«Questa pietra sembra invece contenere un messaggio basato sulla grafica: solo linee e punti.»
Si scambiarono gli oggetti per ulteriori verifiche, poi li riposero in tasca.
«Credimi, Carol. Mai avrei immaginato di vivere un’emozione tanto particolare e sconcertante al tempo stesso. Dovremmo riordinare le idee e dormirci su. Forse domani ci apparirà tutto più chiaro. A proposito di domani. In mattinata sarà meglio che mi ripresenti allo “Swim Club”. Sai, per una quindicina di ore alla settimana, di regola, impartisco lezioni di nuoto ma in questi ultimi due giorni, a causa di qualche sintomo di stanchezza, ho dato forfait. Al pomeriggio però sarei libero…»
«Ok. Di primo mattino io sarò all’università a seguire un paio di lezioni, poi andrò a casa a riordinare un po’. A dire il vero, c’è una signora che si occupa delle faccende domestiche di casa nostra, ma domani ha un impegno familiare e non verrà. Poi papà starà fuori tutto il giorno per lavoro e lo rivedrò molto tardi, quindi dovrò proprio arrangiarmi…»
«E tua madre?»
«Già… mia madre…» Carol abbassò lo sguardo poi si voltò a cercare con gli occhi un punto lontano, molto lontano.
«Forse ho fatto una domanda che non avrei dovuto fare?»
«Assolutamente no. Ti racconterò di lei…»
Giunsero alla fermata dell’autobus di Carol.
«Se ti fa piacere, puoi venire a trovarmi domani pomeriggio, a casa, diciamo alle 15:30.»
Quell’invito colse di sorpresa Francesco, ma non poté fare a meno di esserne entusiasta.
«Perché no? Con vero piacere!»
Allora Carol scrisse qualcosa su un foglietto, mentre l’autobus, in arrivo, rallentava la sua corsa.
«È il mio indirizzo. Ti aspetto.»
Diede a Francesco un veloce bacio sulla guancia e salì sul mezzo pubblico. La sua immagine sparì in un istante tra la gente che lo affollava.